Studio Teologico Benedettine Italiane (STBI)

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Uno sguardo di monache sull’oggi e per domani
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Uno sguardo di monache sull’oggi e per domani.

Vigilanza, interrogativi, profezia

 

Intervento di alcune giovani monache ex studentesse dello STBI al Convegno delle Abbadesse Italiane 2010

 

relazione

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dibattito 

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Premessa. 1

Un nuovo titolo. 2

Domande e risposte nel mondo di oggi 2

I. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo (Qo 1,8). Di fronte alla complessità dell’oggi. 3

Il nostro mondo, complesso e plurale. 3

Richiesta e ricerca di identità forti 5

Figlie di una tradizione e “nodi” di una rete. 6

Il quotidiano, sfida e opportunità. 7

II. Con te è la sapienza che conosce le tue opere (Sap 9,9) 8

Dare ragione della nostra speranza, dire le ragioni della nostra fede. 8

Sapienza e studio. 8

III. Il resto della casa di Giuda che scamperà continuerà a mettere radici di sotto e a dar frutto in alto. (2Re 19,30). L’esperienza monastica come ricerca di radicalità. 9

ConclusioniNon da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio. (2Pt 1,21) 11

 

 

Premessa

Il Vangelo

non dà risposte,

ma risponde.

Pedro Casaldáliga

 

La riflessione che proponiamo nasce dalla richiesta e dalla domanda che ci è stata posta: uno sguardo profetico sull’esperienza monastica, a partire dal nostro punto di vista di giovani monache. Ci si chiedeva anche di provare a dar conto di come l’esperienza specifica dello Studio teologico delle benedettine italiane, la nostra “scuola delle monache”, aiutasse o influisse sulla nostra visione. Di fatto, il gruppetto autore di queste note è composto da studentesse degli ultimi due cicli conclusi della scuola.

 

Se il punto di vista è abbastanza assodato, quello appunto di monache “giovani” (almeno monasticamente!), il punto di arrivo che ci veniva proposto, cioè uno sguardo “profetico” lo è molto meno. Ma sarete voi a giudicare, alla fine.

 

Noi vorremmo invece fin dall’inizio dar conto del nostro metodo di lavoro, perché ci sembra che – al di là dei contenuti – anche questo sia parte del nostro “sguardo”.

 

Il nostro punto di partenza, quello che ci ha forse più impegnate come gruppo, sono infatti state domande, punti di “crisi” – nel senso buono del termine –, luoghi in cui abbiamo rilevato la presenza di interstizi, sfumature, passaggi.

È stata poi una riflessione sostanzialmente collettiva, con i limiti e le ricchezze che ne conseguono. Forse una sola mente “illuminata” avrebbe prodotto risultati più coerenti, ma non era quello che ci veniva chiesto, e a posteriori crediamo che il cammino fatto sia in qualche misura in sé un “gesto profetico”.

 

Se siamo partite dalle domande, non siamo però arrivate a grandi risposte, né tanto meno ci sentiamo di potervi proporre una “lezione”! Piuttosto, il nostro lavoro e la nostra proposta sono l’imbastitura di una ricerca, nel tentativo di inserire pian piano la massa delle domande in un quadro più ampio.

 

Diremo sicuramente molte cose ovvie per chi ci ascolta. La “novità”, nel senso di “novella”, di “notizia”, che raccontiamo sta però, ci sembra, al di là del contenuto:

-                C’è una “novella” nella nostra stessa presenza qui;

-                C’è una “novella” nel desiderio comune di riflettere insieme e insieme rispondere – anche con le nostre domande! – al Signore;

-                C’è una “novella” nel metodo di lavoro che abbiamo cercato insieme.

 

Così, in un certo senso, vi proponiamo la risposta, le risposte, nel processo piuttosto che nel prodotto… Coerentemente, speriamo, con la modalità evangelica del seme, del lievito, dell’incontro aperto.

 

Un nuovo titolo

L’intervento che ci è stato richiesto aveva come titolo provvisorio “Una profezia monastica per l’oggi e per domani. Uno sguardo di donne”. Uno dei primi effetti del nostro confronto è stato il cambiamento, forse anche il suo ridimensionamento: “Uno sguardo di monache sull’oggi e per il domani. Vigilanza, interrogativi, profezia”.

Spieghiamo il perché. Innanzitutto, noi non guardiamo da un punto di vista genericamente di “donne”, ma di donne che vivono dall’interno il percorso monastico.

In secondo luogo, non ci siamo sentite di offrirvi una riflessione generale sul mondo “di oggi e di domani”, ma piuttosto di condividere delle riflessioni sulla nostra specifica esperienza monastica oggi, che certo è parte integrante della realtà più complessa ma non pretende di abbracciarla tutta. Poi, per quanto il domani ci stia a cuore, noi siamo in grado – più o meno – di guardare all’oggi, sperando che questo aiuti il domani.

La profezia, infine, è fatto dello Spirito che non è alla portata del nostro confronto né tanto meno frutto delle nostre intenzioni. A noi spetta semmai il compito della vigilanza, di far emergere le domande profonde nascoste nella realtà, lasciando poi che – se il Signore crede – soffi lui in tutto ciò la propria profezia all’orecchio di qualcuno.

 

Domande e risposte nel mondo di oggi

Non è stato semplice focalizzare i punti della nostra riflessione, ma certamente sono nati da interrogativi personali che esplicitamente o implicitamente pensiamo investano le nostre comunità.

La situazione storica odierna ci pone di fronte a delle domande di senso sui segni dei tempi, sulla realtà di crisi generalizzata che investe tutti gli ambiti della società e che inevitabilmente entra anche nel nostro mondo monastico.

Una considerazione che ha aperto la nostra discussione e riflessione è per esempio la constatazione di un quotidiano che tende spesso a soffocare il lavoro di memoria, di attenzione al particolare, di dialogo interiore alla luce della Parola che dovrebbe caratterizzare la vita del monaco, ma anche di ogni cristiano.

Gli altri temi sui quali ci siamo soffermate sono quelli della complessità e pluralità del nostro mondo, della frammentazione dell’esperienza e perciò dell’identità personale e comunitaria che ne derivano, con l’ambivalente questione della ricerca di un’identità forte e del ruolo che in questo può avere una condivisione comunitaria della ricerca stessa. Anche il rapporto con la tradizione è parte di queste riflessioni, in un approccio “sapienziale” alla vita monastica. La nostra esperienza con la scuola di teologia delle monache è infine, oltre che l’occasione che ci ha fatto inizialmente incontrare, anche il sottofondo di molte delle riflessioni che proponiamo.

Tutto è grazia” e “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, dice Paolo, e davvero questo momento storico può essere vissuto dalla Chiesa come un tempo di grazia, di riscoperta dell’essenziale. In questo senso ci è parso importante sottolineare l’atteggiamento di vigilanza sull’oggi nostro, della Chiesa e del mondo, perché suonano ancora così estremamente attuali le parole di Qohelet: “Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo” oppure, come suggerisce la nuova traduzione, “Tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo” (Qo 1,8).

Nasce quindi l’esigenza di uno sguardo sapienziale sulla realtà, che nel mondo biblico indica l’arte di saper agire in modo appropriato nelle diverse situazioni. La nostra esperienza monastica ci mette infatti di fronte un possibile cammino di fede e di umanizzazione come ricerca di senso, come acquisizione di una sapienza di vita racchiusa per noi nella regola di Benedetto e nella sua fonte principale: la Scrittura e in particolare il Vangelo. Esse necessitano forse di essere riscoperte nei loro lineamenti essenziali, vissute nella loro più profonda radicalità e calate nelle nostre realtà povere, e spesso problematiche.

 

 

I. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo (Qo 1,8). Di fronte alla complessità dell’oggi.

 

Il nostro mondo, complesso e plurale

“La condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo” descritta nell’esposizione introduttiva del documento conciliare Gaudium et spes[1] sembra aver colto con molto realismo i segni premonitori del momento storico attuale.           

Richiamiamo qui per sommi capi alcuni nodi del mondo contemporaneo in cui siamo chiamate a vivere la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità.

 

Nelle nostre realtà, spesso caratterizzate dalla povertà di mezzi, di persone, di robustezza psicologica, affettiva e spirituale, si vive un certo rischio di dispersione che riflette, nel suo piccolo, la situazione del nostro tempo.

 

Ci dice Enzo Bianchi:

 

Ci si sente disorientati, come individui, come cittadini, come credenti. Abbiamo perso la bussola, non sappiamo dove andare, che strade prendere, che direzione seguire. Né sembrano sorgere persone capaci di indicare una via da percorrere. Sentiamo il peso schiacciante della crisi, ma non sappiamo come orientarci, ovvero come trovare l’oriente, una strada che indichi l’est, il luogo dove sorge la luce... Le rapide mutazioni storiche esigono un ripensamento del problema della verità... Nell’ambito della fede cristiana viviamo in una situazione di minoranza in un contesto di indifferenza diffusa... la non-eloquenza della fede oggi non può non interrogarci: occorrerà una nuova sintesi che la renda dicibile... Si tratta di accompagnare la trasmissione della fede con una educazione alla vita, alle relazioni, agli affetti, alle virtù. Si tratta di divenire umani a immagine e somiglianza di Gesù, il rivelatore del Padre: a questo chiama la fede cristiana. [2]

 

Questo testo focalizza diverse problematiche: viviamo nella cosiddetta mentalità del relativismo in cui è possibile tutto e il contrario di tutto senza una vera assunzione di responsabilità delle conseguenze del proprio agire. Si riscontra una certa fuga dalla realtà nella sua verità e concretezza. Ne facciamo esperienza nell’ascolto paziente di quanti vengono nei nostri monasteri e chiedono una parola che possa ricondurli alla verità di sé e di quello che vivono. E ne facciamo esperienza anche nelle dinamiche interne alle nostre comunità.

L’analisi della post-modernità proposta dal sociologo Zygmunt Bauman[3] tenta un’interpretazione di questa situazione: l’incertezza, la solitudine, la fragilità affettiva e la difficoltà alla responsabilità sono alcune caratteristiche dell’identità post-moderna, e ci aiutano a comprendere gli uomini e le donne contemporanei. L’incertezza è dovuta soprattutto al fatto che il futuro, da luogo di speranza e di promessa, è diventato fonte di minaccia. Per la tipica ambivalenza della nostra realtà, la solitudine e l’individualismo convivono poi con il bisogno di far parte di comunità, di gruppi anche virtuali. Se tuttavia il rischio dell’individualismo è certamente quello di un’incapacità di appartenenza profonda e responsabilizzante al fatto comunitario, esso può anche rivelarsi come un’opportunità di una maggior autonomia dei soggetti, che così possono creare relazioni più autentiche e scevre da bisogni di omologazione.

Troviamo una fragilità affettiva di origine non solo individuale, ma socio-culturale: è quasi una crisi nella crisi, come una barca che lasciato il porto e si trova nel mezzo di una burrasca e ha bisogno che qualcuno l’aiuti a tornare in  porto… solo che il porto non c’è più, o si rivela esso stesso solo un transito. La vera risposta sta allora, ancora una volta, nel farsi compagni di chi vive questi passaggi.

La difficoltà ad assumersi responsabilità, dovuta soprattutto alla perenne precarietà lavorativa, economica, affettiva, impone poi di vivere per la propria sopravvivenza e non nell’ottica di una costruzione né della società, né della propria vita.        

L’istantaneità del tempo cambia conseguentemente le regole della coabitazione umana così come della trasmissione dell’esperienza: da una parte sono poche le esperienze solide da tramandare perché mutano velocemente (basti vedere l’evoluzione rapidissima nel campo dell’informatica); dall’altra il rapido cambio generazionale crea distanze sempre maggiori soprattutto con le generazioni più “antiche”.

Neppure le nostre comunità religiose sono sottratte da tali ambivalenze: vediamo bene la difficoltà di giovani che entrano nei monasteri dove ci sono salti generazionali di 20-40 anni perché non possono contare su quegli anelli di congiunzione generazionale. Ma nello stesso tempo le nostre comunità hanno la possibilità di essere luoghi profetici in cui, pur faticosamente, tutte le generazioni (almeno dalle 90enni alle 25enni) possono incontrarsi nel reciproco riconoscimento della ricchezza di ciascuna.

 

Dunque, quali donne di oggi, come monache di oggi ci sentiamo pienamente immerse in questa cultura, che forse non è da guardare solo come a una difficoltà. C’è del buono in tutto questo, un’opportunità perché si riveli un nuovo volto del Vangelo?

Bianchi ci richiama alla necessità di un cammino di comprensione dell’umanità della fede, privilegiando la trasmissione della fede, appunto, attraverso la mediazione di rapporti umani veri, stabili, che possano veicolare valori come la fedeltà, il rispetto, la capacità di critica e autocritica.

La nostra responsabilità si gioca così, come singoli e come comunità, nella fedeltà al nostro carisma e alla nostra particolare chiamata all’interno della Chiesa: nell’esperienza di una vita vissuta nella lotta per mantenere fisso lo sguardo sul centro e sul fine della nostra vita, cioè Cristo, possiamo farci compagni nel cercare il senso e la verità dell’esistere. Crediamo che i luoghi di debolezza e fragilità, se vissuti con consapevolezza e in modo costruttivo, possano diventare luoghi di profezia per indicare all’uomo una via d’uscita.

 

Noi giovani, in particolare, dobbiamo liberarci dalle tante illusioni che ci portano inevitabilmente a giudicare la realtà più che a viverla, a cercare di trasformarla più che ad assumerla nella sua ambivalenza. Siamo infatti abituate a ricercare prima di tutto un benessere immediato che ci faccia sentire a posto, che confermi il nostro sentire e il nostro pensare. Siamo insomma figlie del nostro tempo, ma siamo anche figlie chiamate a intraprendere questo cammino di verità.

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Richiesta e ricerca di identità forti

Chi è a contatto con i giovani descrive un quadro di ragazzi incapaci di instaurare rapporti maturi, liberi, responsabili, che passano da periodi di quasi fusione all’interruzione di ogni contatto. Estremamente competenti nell’utilizzo delle macchine, che possono controllare e gestire come vogliono, le loro giornate sono un intreccio di interessi e attività in cui l’esperienza del silenzio e del tempo vissuto come attesa è del tutto estranea. C’è un enorme investimento affettivo, di desideri, di sogni, di realizzazione nelle attività che svolgono; e al primo fallimento o al sopraggiungere della consapevolezza che forse non saranno i primi della classe, cadono in depressione e perdono interesse per ogni cosa.

Ci siamo domandate se dinamiche simili non si manifestino anche tra donne adulte all’interno delle nostre comunità, ma soprattutto ci siamo confrontate animatamente sul tema dell’identità forte, chiedendoci in particolare se anche alle nostre comunità sia richiesto di coltivare una tale identità.

Da un lato, un’identità ben radicata nella tradizione può essere strumento per rendere ragione della speranza che ci anima. Ci sono oggi comunità numerose, che vanno avanti con una crescente vitalità, anche se per alcune il fattore tempo non ne ha verificato fino in fondo la solidità e le loro scelte possono essere più o meno discutibili: queste comunità manifestano spesso una forte identità, un chiaro percorso educativo e una profonda consapevolezza di quello che vogliono continuare ad essere nella e per la Chiesa.

Ma, dall’altro lato, l’incertezza della società contemporanea è legata alla fine di ruoli socialmente stabiliti (es. marito, padre, figlio) che davano ai soggetti un’identità culturale definita “forte”: questo genere di incertezza è un dato che ci portiamo ormai strutturalmente dentro. Al suo posto prende corpo una identità culturale “debole” che può essere anche condizione favorevole per aprire la strada al riconoscimento e alla reciprocità umana. Se questo è vero, l’ansia di tornare ad un’“identità forte” potrebbe in fondo dichiarare solo la propria debolezza, la difficoltà a “stare” nei transiti in cui ci è dato di vivere. Constatiamo tutte, infatti, quanto sia difficile accettare e assumere le contraddizioni che investono la nostra vita sia comunitaria che personale.

 

Tuttavia, la richiesta di identità forti indubbiamente c’è ed è chiara, sia dall’interno – soprattutto da parte delle persone che entrano in monastero – sia dall’esterno delle comunità.

Chi entra esprime spesso una identità frammentata e fragile, e talvolta chiede più o meno esplicitamente di essere “contenuta”, di essere “salvata” dalla propria stessa fragilità, dalla fatica a confrontarsi con i continui passaggi, trasformazioni, cambiamenti che la realtà contemporanea impone. Quale risposta può o deve offrire la comunità monastica? Riconosciuti o non, forse i passaggi, i “transiti” sono esperienza che anche le monache più “solide” portano in sé e con sé in quanto donne di oggi, e sono anche occasione di paura, per loro come per tutti. Ma possono e devono diventare anche – proprio per questo – occasione di compagnia delle une alle altre, luoghi di trasformazione, di ricomposizione. “Pasque” che inaugurano di volta in volta piccole o grandi novità di vita, purché vissute fino in fondo, l’una a fianco dell’altra, sfuggendo alle scappatoie delle risposte precostituite e troppo facili.

Anche dall’esterno tanti desiderano vedere nel monachesimo una delle poche isole rimaste di identità forti, appunto. L’incontro magari frequente, ma comunque parziale, con la nostra esperienza non fa che offrire conferme a questa idea. Ma – ci sembra – questo aiuta fino a un certo punto la maturazione di un’identità cristiana necessariamente dinamica e in continua crescita nella complessità.

 

Per tornare al fronte interno: per le nostre comunità, l’ingresso di persone nuove è spesso una preziosa cartina al tornasole, un’occasione di verifica e di crescita proprio di questa identità. La persona che entra pone – esplicitamente o implicitamente – domande nuove al nostro modo di vivere e di essere cristiane, e ci obbliga così a capire se siamo disposte a maturare di nuovo insieme con lei le nostre risposte, o se preferiamo presentare “pacchetti” pronti ai quali semplicemente adeguarsi.

E se non entra nessuno? Questo è un dato di fatto per molte comunità, ma non esenta dal vitale cammino di crescita di cui sopra. Occorrerà, ci sembra, scoprire per quali altre strade le “domande nuove” arrivano comunque a noi, e comunque interpellano e fanno maturare il nostro rispondere. Le domande muovono la necessaria ricerca comune, consentono ai “modelli” di mantenersi vivi e credibili.

In un mondo in cui "non sembrano sorgere persone capaci di indicare una via da percorrere", i modelli – nell’accezione dinamica che abbiamo espresso – ci sembrano infatti tuttora parte importante dell’identità del monaco, necessari per la trasmissione della tradizione e per la crescita formativa delle giovani, e chiamano in causa lo stile nell’esercizio dell’autorità e il ruolo formativo della comunità. È uno degli interrogativi che per noi rimangono aperti, e che vi rilanciamo.

 

Figlie di una tradizione e “nodi” di una rete

Nelle riflessioni appena esposte torna a più riprese l’idea di “tradizione”. Ci sembra che sia un elemento fondamentale della nostra esperienza monastica e benedettina, e dell’identità che in essa matura e si esprime. È anche possibilità di profondità e di libertà al tempo stesso, se della tradizione monastica, come di quella delle nostre singole comunità, ci riconosciamo figlie, parte integrante. Appartenere a una tradizione è infatti cosa ben diversa dal “rifarsi” (o riferirsi) a una tradizione, quasi fosse altro dalla nostra stessa identità. Riconoscersi figlie consente la libertà del nuovo dentro all’humus lentamente sedimentato dalle generazioni precedenti.

La tradizione diventa così luogo di relazione tanto con chi vive insieme a noi l’esperienza monastica, quanto con chi ci ha preceduto nel cammino.

 

E questo ci riporta ancora una volta al tema dell’identità. Un’immagine tradizionale vedeva infatti il mondo (e la comunità) come un “contenitore” di elementi diversi, forse persino “liquidi” come li definirebbe Bauman, ossia che non conservano mai la propria forma, un vivere per episodi, riducendo il “sempre” all’ “ora”, l’ “essere” agli “eventi” e la “durata” alla “transizione”. Naturalmente più il contenitore (inteso più in generale come la/e società e nel particolare ogni comunità umana) è rigido, più il liquido viene contenuto; ma, nello stesso tempo, il liquido non si trasformerà mai in solido. Tutt’al più potrà cambiare contenitore se ne trova un altro più corrispondente per sé. Si potrebbe usare anche l’immagine del mollusco che vive solo appoggiato a qualcosa perché non ha struttura ossea che lo sostiene. Invece, più i contenitori riescono ad essere plastici più il liquido riuscirà ad adattarsi e avrà tempo per essere accompagnato a trovare mezzi e strade non necessariamente unidirezionali e uniformi che favoriscano un processo di consolidamento.

 

E tuttavia, rispetto a questa metafora del contenitore, la sensibilità contemporanea si ritrova forse più appieno nell’immagine della rete. Nella rete ogni elemento sussiste solo in quanto relazione con gli altri: cioè si colloca nello spazio costituito dalle relazioni e questo collocarsi è la sua stessa identità. Così, per esempio, nei nostri cori ciascuna è stata collocata al proprio posto, e da questa com-posizione di corpi, storie, voci prende forma tanto la partecipazione del singolo quanto la preghiera di tutta la comunità.

 

Una concezione del mondo come rete di relazioni aiuta a vigilare su alcuni rischi che possono attraversare le nostre comunità.

Nelle nostre piccole realtà, per esempio, è facile crearsi il proprio piccolo mondo a scapito di un più grande progetto comunitario; diventano sempre più rare le occasioni di un lavoro comune e questo, in modo anche inconsapevole, crea una certa mentalità individualista e autoreferenziale; la persona tende ad autogestirsi e, sentendosi in certa misura indispensabile, corre il rischio di usare della comunità piuttosto che contribuire a costruirla con disinteresse e gratuità.

Questo, a lungo andare, può generare un certo bisogno di gratificazione che si scontra con l’esperienza di donazione totale a cui siamo chiamate, e può portare la persona stessa a cercare fuori ciò che può farla sentire valorizzata. In queste situazioni rischia di venir meno quel processo di conoscenza di sé, dei propri limiti e del proprio peccato che dovrebbe ingenerare un cammino di morte a se stessi in vista di un più grande bene comune. Non ci si sente più nodi di una rete, appunto, ma monadi che vivono dell’occupare un determinato spazio nel “contenitore”. E siccome lo spazio è limitato, gli altri non possono che costituire una minaccia.

Questa tendenza è abbastanza diffusa sia dentro che fuori dai nostri monasteri, senza grande consapevolezza. Accompagnare nella faticosa maturazione dell’appartenenza alla propria comunità, al suo stile e al suo sentire, può essere allora oggi un altro piccolo gesto profetico, capace di parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo.

 

Quella della rete è un’immagine adatta anche in relazione alla tradizione. Ci chiediamo infatti: le nostre comunità sono rete non solo sincronica, tra coloro che sono parte oggi della stessa comunità, l’ambiente materiale nel quale vivono, quello sociale e culturale nel quale sono inserite, ma anche distesa nel tempo, con chi ci ha preceduto e con chi ci seguirà?

 

Il quotidiano, sfida e opportunità

Come abbiamo accennato, il tema del quotidiano è uno di quelli su cui ci siamo più soffermate nel nostro confronto.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano…” dice la preghiera che Gesù: le cose normali e semplici di cui ogni giorno abbiamo bisogno, ogni giorno ci vengono poste in mano dal Padre. In questa fede, tuttavia, ci troviamo a imparare ogni giorno – appunto – a dire “no, grazie” alla necessità dell’evento, della cosa memorabile e dell’atto eroico che ci salvaguarderebbe dallo schiacciamento, dal soffocamento e dall’anonimato e dal vuoto delle cose normali.

Si tratta del difficile compito di definire i contorni della storia e leggerla come possibilità e caleidoscopio in cui l’uomo possa ricevere da Dio la propria Salvezza, come il luogo privilegiato perché ognuno possa scoprire la propria dimensione creaturale e, quindi, la propria relazione con il suo Signore. La stessa liturgia, la stessa vita comune e la Scrittura possono funzionare da libro attraverso cui poter interpretare la realtà, così da rivelare la realtà stessa come luogo di presenza di Dio, come pienezza di vita.

Ma c’è, come sempre, il risvolto della medaglia, o quantomeno la possibilità di leggere il libro a rovescio.

Esiste, cioè, il concreto pericolo che liturgia, lavoro, preghiera vengano caricati di significati e proprietà che assolutamente non appartengono loro: si può, cioè, considerare di volta in volta il lavoro –o magari il guadagno- come prioritario, capace di scavalcare ogni altra realtà del monastero e di invadere gli spazi e i tempi che l’equilibrio, la tradizione, il bisogno della comunità hanno stabilito. Succede per converso altrettanto spesso che la preghiera personale o comunitaria vengano avvolte dall’alone di una sacralità che non hanno e non sono.

La nostra concreta esperienza di vita non può essere disgiunta dalla nostra esperienza di Dio, esperienza continua, quotidiana, personale e comunitaria che non può non passare attraverso il Cristo; e viceversa, la nostra esperienza di Dio – se è cristiana – non può darsi se non nella concretezza incarnata della vita di ogni giorno. In questo, san Benedetto è maestro sapiente. Al centro della fede cristiana sta in fondo l’umiltà, come assunzione della temporalità, della spazialità e della storicità di Dio stesso.

 

Ma la tentazione dell’eccezionale è presente anche nell’esperienza di Dio. Ci sono infatti forme religiose che cercano esperienze forti di unione e accomunamento che possano confermare quello che già qualcuno ha stabilito essere vero. Tuttavia, l’esperienza che l’uomo può fare di Dio è vera solo dentro al legame di alleanza che è relazione di alterità e libertà. Non si tratta di esperienze fusionali con il divino, ma di comunione e relazione con Dio: non c’è da abolire distanze, ma da riconoscere il Signore delle distanze.

In fondo, la Regola esprime una dinamica di continua, reciproca relativizzazione tra i vari momenti della giornata, tra i diversi impegni del monaco e i suoi centri di attenzione, in cui ogni cosa prende senso e luce proprio dalla sua contiguità con l’altra, che immancabilmente la “interrompe”. Il segreto di un quotidiano come luogo di esperienza di Dio è tutto qui, ma è anche un equilibrio che va custodito e ricercato con pazienza ogni giorno, dalla singola monaca e dalla comunità.

 

II. Con te è la sapienza che conosce le tue opere (Sap 9,9)

Crediamo che su tutte le problematiche a cui abbiamo accennato dovrebbero interrogarsi le nostre comunità monastiche, e farlo con lo sguardo sapienziale loro proprio. Sul nesso tra realtà complessa, vita monastica, lettura sapienziale e studio teologico proviamo a proporvi qualche riflessione.

Ci sembra infatti che uno dei mezzi che potrebbero dare solidità ai soggetti è proprio lo studio perché aiuta a rimanere incarnati in una storia contemporanea che è indubbiamente complessa. Permette cioè di acquisire strumenti che aiutino il singolo e la comunità a leggere in maniera critica (che è il contrario di acritica o semplicistica) il momento storico che stiamo vivendo, a riconoscervi i segni della presenza di Dio con gli uomini, ad allargare lo sguardo, a comporre prospettive diverse, a rimanervi con più profondità e con più fedeltà.

 

Dare ragione della nostra speranza, dire le ragioni della nostra fede

È ancora innegabile la fatica che ci portiamo dietro a tener unite fede e ragione: tendiamo a considerarli come se camminassero su due binari paralleli che mai si incontrano o, ancor peggio, come se il dato razionale comportasse dei pericoli per il dato di fede. Invece, imparare a dare le ragioni della nostra speranza, ma perciò della nostra stessa fede, anzitutto a noi stesse, risulta oggi necessario perché accanto ad una concretezza di vita dentro la post-modernità, neppure noi riusciamo più ad accontentarci di risposte di fede semplificate… e di certo ciò che non convincerà noi, non convincerà neppure gli altri.

Visti i ritmi di vita sempre più frenetici delle nostre comunità, proprio in perfetta sintonia con il mondo contemporaneo, lo studio può risultare anche strumento per ampliare gli sguardi dal particolare all’universale e viceversa: da un vissuto concreto (lavori, malate, ospiti, pulizie, ecc…) che a volte è percepito come soffocante, alla possibilità di richiamarsi al quaerere Deum tramite un approfondimento “ragionato” della fede e viceversa. È l’ottica dell’equilibrio tra fare e pensare a cui Benedetto fa continuamente riferimento. Si tratta anche di imparare a cogliere quei segni dei tempi nascosti nel tempo che viviamo e che tanti uomini e donne che bussano ai nostri monasteri cercano.

Nella nostra esperienza, lo studio apre la mente alla ricerca, insegna a porsi delle domande, non tanto per trovare delle risposte immediate, quanto per acquisire un senso critico che permetta di entrare sempre più in profondità nelle questioni. Sono certamente questi i frutti che ha prodotto e sta ancora producendo la Scuola di Teologia delle monache benedettine. Inoltre, la modalità proposta crea rapporti, confronti tra le varie realtà. Questa stessa iniziativa di coinvolgerci nel vostro convegno ci ha costretto a riflettere, a concettualizzare idee, pensieri forse ancora non espressi, non approfonditi, e a farlo in modo condiviso. Lo studio è certamente una grande risorsa, anche se non è un fine, occorre finalizzarlo ad un processo di crescita personale e comunitaria perché possa creare le basi per un approccio sapienziale alla realtà e sui grandi nodi della nostra vicenda storica.

 

Sapienza e studio

Abbiamo cercato di capire cosa si intendesse per “approccio sapienziale” alla realtà, e anche allo studio. È un’espressione che abbiamo sentito e persino usato spesso. Ma che vuol dire?

In sintesi, ci sembra ora di comprendere questo approccio sapienziale come il tentativo di leggere le persone e gli eventi intorno a noi come dialogo e relazione del Signore con ciascuno di noi, poiché proprio la realtà e le persone sono i luoghi privilegiati in cui Dio manifesta se stesso e la sua volontà. Pensiamo alla riflessione sapienziale come a una ricerca del sapore, di un gusto interno delle cose, degli eventi, della storia. Come il sapore, non è immediatamente funzionale, non ha una precisa direzione.

È una riflessione centrata sulla Parola, in un gioco di specchi con l’esperienza quotidiana: l’una legge e spiega l’altra, nell’altra rivela la presenza del Signore. Lui, in definitiva è “il” sapore, la Sapienza.

Lo studio può arricchire questa prospettiva mettendo in gioco altri “specchi”, rivelando altre sfaccettature e nuove profondità. Ma per far ciò deve sfuggire alla tentazione di uno sguardo monodirezionale, specialistico, che rischia di concentrare l’attenzione su uno solo dei versanti ignorando quanto l’altro può dire.

 

Nel trinomio biblico legge / profeti / sapienza, quest’ultima sta dal lato della dinamica, della gradualità, perciò della libertà spirituale (a fronte di una sottolineatura più statica della legge, come realtà data una volta per tutte). Guida verso un senso di compiutezza, di globalità frutto di progressive acquisizioni, non dato in partenza. Così, la dimensione sapienziale si contrappone sia ai rischi di frammentazione, di parzialità così presenti nella nostra realtà, sia a una concezione statica di totalità come data in partenza, a prescindere dalle parti che la compongono; una totalità cioè in cui le parti vengono “dopo” e devono solo inserirsi in un quadro già dato.

In questa prospettiva, la logica sapienziale è logica sacramentale, e non “economica”.

 

Studiare e quindi conoscere la vita, il pensiero e la fede di tante persone ci aiuta sicuramente a riconoscere e a interpretare una porzione più ampia della realtà, ma è indispensabile che queste conoscenze si fondino, vengano filtrate attraverso l’umanità di ciascuno. Per cui possiamo dire che studio e sapienza sono fra di loro complementari, perché, se lo studio aiuta la persona ad avere diversi punti di vista da cui comprendere il senso della realtà, è anche vero che un atteggiamento sapienziale cambia l’approccio allo studio.

Se è vero che san Benedetto lasciò Roma e gli studi perché questo ambiente lo allontanava dal Signore, non vuol dire che ripudiasse qualsiasi forma di istruzione, anzi, prevedeva la presenza di una biblioteca e incitava i propri monaci a imparare a memoria passi della Scrittura e dei Padri. Ma la Regola ha una concezione molto più ampia della sapienza. La sapienza nelle nostre comunità si rivela infatti in gran parte tramite la tradizione che ci viene consegnata dalle monache anziane e dalle necessarie innovazioni che fisiologicamente entrano nei monasteri con le nuove vocazioni, ma  anche nella comunione e nel dialogo con altre realtà monastiche ed ecclesiali. L’aspetto più importante però, è il saper attendere i tempi sia di se stessi, sia degli altri con pazienza ed umiltà, nella certezza che la grazia di Dio stia operando in qualsiasi evento che interessi tutta la comunità o il singolo monaco. In questo flusso di antico e di nuovo, lo studio e l’esperienza di chi ha studiato dovrebbe aiutare ad armonizzare le persone che compongono la comunità stessa.

A partire dall’esperienza radicalmente umana della vita comunitaria, e dalla capacità di compassione che in essa dovrebbe maturare, si tratta di sviluppare una capacità di ascolto (come la Regola, ancora, ci richiama) dell’Altro e dell’altro, chiunque esso sia. Chi si rivolge a noi, infatti non cerca tanto delle risposte esaustive, quanto di essere accolto con tutta la propria realtà e di incontrare compagni di strada e di ricerca. Saranno così la verità e la fedeltà della nostra stessa ricerca di Dio a costituire l’annuncio più credibile della buona notizia che noi stesse abbiamo ricevuto.

 

 

III. Il resto della casa di Giuda che scamperà continuerà a mettere radici di sotto e a dar frutto in alto. (2Re 19,30). L’esperienza monastica come ricerca di radicalità.

 

Detto questo, la domanda che sorge è quale sapienza siamo chiamate a sviluppare nelle nostre comunità e dove attingere gli elementi per costruire e intraprendere un cammino di verità. La storia ci insegna che le più grandi riforme sono nate da un ritorno alle origini, allo spirito dei padri fondatori, a un recupero dei valori fondamentali, molto spesso nascosti in un linguaggio ormai datato e non più capace di veicolare i valori stessi o di calarli nelle problematiche attuali.

Per noi, le fonti dove ricercare tale sapienza sono in primo luogo il Vangelo e la Regola.

Ciò che caratterizza lo sfondo sapienziale della Regola è la concezione che Benedetto ha della vita monastica e del monastero: una “schola divini servitii”. San Benedetto propone una “comunità di saggi”[4] e descrive le qualità che devono avere le varie figure di monaci: timor di Dio, prudenza, equilibrio, considerazione per gli altri. Stabilisce poi le norme di convivenza, di rispetto, di stile di vita. Questa scuola, evidentemente, ha lo scopo di ricondurre l’uomo a Dio.

Ognuna di noi constata che la nostra vita in se stessa ci porta a scontrarci con l’evidenza della nostra realtà di creature limitate, soggette a continue cadute, bisognose di misericordia e di perdono. Non c’è molto spazio per coltivare illusioni. In particolare la vita fraterna nei suoi vari aspetti e con la sua necessità di dialogo, è forse oggi la dimensione più esigente. E da più parti siamo sollecitate a riflettere se, nella realtà che abbiamo ripercorso, non sia proprio questa paradossale scelta della vita comunitaria il vero ôt, il gesto profetico che ci tocca in sorte.

 

Benedetto non fa altro che trasferire nel suo progetto di vita cenobitica il fine di tutta la storia della salvezza, la piena comunione tra Dio e l’uomo. Così, tutte le norme e le osservanze che regolano la vita comune hanno un vero e profondo fondamento teologico: il desiderio di ricondurre l’uomo alla fiducia in Dio, un Dio che ci chiama alla libertà, alla gioia, all’amore. S. Benedetto sa benissimo che a tutto questo non si può giungere se non attraverso la fatica dell’obbedienza, l’ascolto della Parola mediata dal Padre del monastero, la risposta operosa alla voce del Signore che Benedetto riconosce come una via stretta, ma una via che porta il monaco a correre «con indicibile dolcezza d’amore sulla via dei comandamenti di Dio» (RB Prol. 49).

 

Ci richiama la Madre Cristiana Piccardo:

 

Di fronte all’idealismo evasivo, amorfo ed esoterico di tan­ta cultura contemporanea, Benedetto rivela un culto straor­dinario della realtà che lo porta a tradurre costantemente in gesti e attitudini concrete qualsiasi opzione del monaco.... È certo che Benedetto si richiama costantemente alla libertà del monaco e traduce tutto in gesti concreti di adesione[5].

 

L’accento sull’adesione alla realtà della vita e sul rispetto della complessità della persona umana caratterizza la sapienza monastica come ricerca della pace, di un senso del mondo come insieme ordinato. In una parola, dello shalom della tradizione biblica.

Attraverso l’opzione fondamentale dell’aver fiducia nella realtà si può percorrere un cammino autentico di fedeltà, abbandonarsi a quel “mutuo abbraccio nella carità terribilmente lucido, per niente emotivo, ma così caldo, vero, generoso”.[6] L’abbraccio della realtà è tutt’uno con la fedeltà alla Chiesa, via di partecipazione al mistero pasquale di Cristo, non promessa di successi ma conformazione a Cristo. Questo non vuol dire certo assumere un atteggiamento e una spiritualità vittimistiche, ma ancora una volta assumere una certa dimensione teologica del vivere.

 

La via della ricerca e dell’acquisizione della sapienza è allora la via della ricerca e dell’acquisizione della vera umanità ad immagine e somiglianza di Gesù. Sappiamo, infatti, che gli ultimi sviluppi della tradizione sapienziale tendono a personificare la sapienza, e la riflessione cristiana la identificherà con Gesù stesso. Riscoprire le vie dell’obbedienza, dell’umiltà, della preghiera, della lectio, della solitudine e del silenzio come vie maestre per educare alla fiducia, alla gratuità, all’interiorizzazione, alla memoria, allo scoprirsi figli generati continuamente dalla Parola, alla conoscenza di sé, per vedere cosa abbiamo nel cuore, significa diventare uomini e donne liberi secondo il disegno di Dio, porre i presupposti per un giusto rapporto con Dio, con gli uomini e con il mondo che ci circonda.

 

Richiamiamo solo brevemente il tema del lavoro monastico, al quale abbiamo accennato prima. Anche questo è strumento essenziale di relazione con il mondo e di adesione alla realtà, se accettiamo di confrontarci sinceramente con i rischi e le opportunità che nasconde.

 

ConclusioniNon da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio. (2Pt 1,21)

Naturalmente non si finirebbe mai di approfondire tutte queste tematiche e noi ne abbiamo preso in esame solo alcune sfaccettature.

I nostri interrogativi non richiedono una risposta puntuale, ma forse ci aiutano a prendere coscienza di quale cammino siamo chiamate a intraprendere per sviluppare uno sguardo profetico, che a partire dall’oggi sappia aprirsi a un futuro fecondo.

 

Come abbiamo detto all’inizio non ci sentiamo in grado, da noi, di fare profezia. Forse, questa nostra comune ricerca, l’interrogarci e l’indagare, il sintetizzare, sfrondare e rilanciare che l’hanno caratterizzata, è nient’altro che un tentativo di “invenzione del senso”, come dice ancora Bianchi[7], di inserire ciascuna delle nostre singole esperienze in una “storia più lunga” che pian piano ne riveli il senso e la portata. Se profezia può esserci, è nel nostro stesso lavoro più che nei suoi contenuti o risultati.

Possiamo scoprire anche nei nostri monasteri un luogo di ricerca, un luogo in cui la risposta agli interrogativi profondi si faccia processo condiviso, percorso che risponde più che “pacchetto” pronto per l’uso? Questa è la nostra speranza per noi stesse monache e per tutti coloro che a vario titolo entrano in contatto con le nostre comunità.

Allargare lo sguardo e allargare la “narrazione”, attraverso l’essere e il fare come attraverso il dire, per dare coerenza progressiva a queste dimensioni dell’umano e della sua avventura nello Spirito. Di coerenza aperta e dinamica il nostro tempo e noi stesse abbiamo un bisogno estremo, per non cadere in unilateralità sterili, per dare al seme nascosto del Regno un luogo in cui nuovamente germogliare.

 

Possiamo allora chiederci cosa è importante per noi. Quali scelte e quali priorità ci chiede questo momento storico. Pensiamo alle ormai diverse realtà in cui ci sono una o due giovani. Quale consapevolezza posso avere queste comunità del loro ruolo formatore, quando da diversi anni il noviziato è chiuso?

Quali presupposti si possono creare per un fecondo e sano percorso formativo?

Da quanti anni ci viene detto: mettetevi insieme, create alleanze. Ma perché? Per risolvere a livello umano una possibile certezza per il futuro? Non crediamo debba essere questa la motivazione che potrebbe smuovere qualcosa. Bisogna guardare più in profondità.

Forse è il desiderio che il monachesimo rimanga vivo al suo interno, possa continuare a testimoniare la ricerca di senso e di verità che lo anima, e per questo non c’è bisogno di molte realtà, ma è invece necessario uno sguardo ampio, un cuore dilatato per non fermarsi alla propria piccola realtà. Ci deve stare a cuore non tanto di salvare le nostre singole comunità, quanto di portare avanti ciò in cui ha creduto il nostro S. Benedetto e che diversi anni fa ha conquistato il nostro cuore.

Vogliamo portare avanti il monachesimo benedettino accanto ad altre tradizioni e alle forme nuove di monachesimo, perché crediamo che abbia ancora da dire molto all’uomo di oggi.

Ci spaventano la inevitabili difficoltà?

Non sono certo cammini facili. Siamo consapevoli che ogni comunità ha la sua tradizione legata al luogo di appartenenza e al carisma proprio; ogni comunità ha il suo stile.

Le comunità in cui c’è ancora una discreta presenza di giovani è naturale che non vedano come imminente e urgente un loro muoversi in questo senso; d’altronde è impensabile mettere insieme comunità di sole anziane.

Forse ci si deve liberare da un certo individualismo e iniziare a coltivare uno spirito di collaborazione, di comunione che ci faccia sentire responsabili le une delle altre. In che misura questi vostri incontri hanno contribuito a creare questa mentalità? E la scuola delle monache? È utopistico creare dei percorsi formativi comuni, chiarendone le tappe e gli obiettivi, alla luce delle problematiche odierne? Pensieri idealistici? Senza ideali non si va avanti. Semmai sono le illusioni che bloccano e non permettono di affrontare la realtà nella sua nuda concretezza e verità, ma l’ideale trasforma da dentro, fa uscire dal ripiegamento su se stessi, affronta la realtà con una dinamica creativa e scruta possibili cammini.

Cerchiamo la garanzia del successo per poter dire che ne è valsa la pena? Non è questo il cammino di fede proposto dalla Scrittura. “Per fede Abramo... partì senza sapere dove andava.” (Eb 11,8). “Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli” (Rm 4,18).

Perché non sfruttare queste occasioni per aprire un dialogo profondo su queste prospettive?

 

Allora lo sguardo profetico si apre verso una promessa così espressa dal profeta Isaia: “Il resto della casa di Giuda che scamperà continuerà a mettere radici di sotto e a dar frutto in alto” (2Re 19,30), a dire che certamente ci sarà un resto, certamente il monachesimo non scomparirà, ma forse è chiamato ad una esperienza di continua relativizzazione, come opportunità di decentramento, di superamento di sé, di integrazione di visuali diverse, di conversione permanente, di ricerca dell’unum necessario nell’evolversi delle forme. Ci sembra che profezia, relativizzazione, radicalità e fecondità siano altrettante facce di uno stesso percorso, forse l’unico percorribile.

 

Preghiamo che quello stesso Spirito che ha guidato e guida la Chiesa contro e oltre ogni calcolo umano, guidi le nostre comunità.


Ci siamo fatte aiutare e ispirare da:

 

Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo;

Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza 2005;

Enzo Bianchi, Editoriale, in Parola Spirito e vita, n. 41 Profezia, EDB, 1999

Enzo Bianchi, Editoriale, in Parola Spirito e vita, n. 48 Sapienti, Sapienza, EDB, 2003;

C. Piccardo, R. Nardin, S. Corsi, La vita fraterna, maestra di sapienza, in “La sapienza monastica: una tradizione vivente”, Borla 2006;

Prof. Corrado Pontalti, p. Costantino Gilardi: interventi nel ciclo «Incontri celimontani» presso il monastero di S. Gregorio al Celio, 19 febbraio 2010 (ascoltabili e scaricabili dal sito www.camaldolesiromani.it)

P. R. Tragan, La sapienza del Vangelo. Sfondo sapienziale della Regola di san Benedetto;



[1] «L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’insieme del globo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, si ripercuotono sull’uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e d’agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si ripercuotono anche sulla vita religiosa» (Gaudium et spes, nn. 4-10).

[2] Enzo Bianchi, Editoriale, in Parola Spirito e vita, n. 48 Sapienti, Sapienza, EDB, 2003

[3] Cfr. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza 2005.

[4] P. R. Tragan, La sapienza del Vangelo. Sfondo sapienziale della Regola di san Benedetto

[5]  C. Piccardo, R. Nardin, S. Corsi, La vita fraterna, maestra di sapienza, in “La sapienza monastica: una tradizione vivente”, Borla 2006

[6] ibid.

[7] Enzo Bianchi, Editoriale, in Parola Spirito e vita, n. 41 Profezia, EDB, 1999

 


QUADRIENNIO STBI

VI sessione 2010

Monastero S.Scolastica

Subiaco

12 - 25 settembre 2010

 

 

 

POST-TRIENNIO STBI

sessione 2010
EBRAICO II livello

con la prof.ssa Rita Torti Mazzi

Monastero SS. Salvatore, Grandate (Mi)

5-11 settembre 2010

 lettera

 

 

Apertura del cuore
e accompagnamento spirituale

Convegno Intercongregazionale
dei monaci e delle monache
in formazione

Norcia, 12-17 luglio 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Domenica, 05 Settembre 2010